KING MENELIK II

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“Vidi sin da bambino queste statue sopra un casolare posseduto dai miei nonni presso la carcara (fabbrica di mattoni, n.d.R.) dell’ allora Borgata di S.Anna di Mascali”, così esordisce Giuseppe Leotta raccontandoci l’incredibile storia della provenienza di un reperto storico che svela un gigantesco retroscena italiano ed internazionale…

Lo sbarco di Re Menelik II presso le spiagge di S.Anna nel 1889…

A dire il vero , da quello che abbiamo letto nella Storia, sembrerebbe piu’ probabile che i locali mascalesi scambiarono Ras Maconnen , cugino del negus Menelik II, per il Re in persona.

“I miei nonni mi raccontarono di questo Re…che sbarco’ sulla spiaggia davanti alla parte piu’ popolata della borgata, ed in seguito i lavoratori di argilla del posto per ricordare l’ evento , ed anche sancire l’ alleanza con il re africano, crearono queste due statue, di Re Menelik II e della sua consorte, la Regina Taitu’ Batùl , e le cementarono sopra il caseggiato piu’ alto della borgata con la fronte verso il mare”,

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certo la statua assomiglia molto alle sembianze del Re Menelik II , credo all’ epoca abbiano attinto l’ immagine dai giornali.

“Dopo che i miei nonni morirono e prima che il loro caseggiato fosse venduto, presi con me l’ unica statua che rimase delle due”, prosegue Giuseppe Leotta , “..poiche’ dopo il tradimento di Menelik II al trattato con l’ Italia, i marinai erano soliti scagliare pietre contro le statue, tanto da distruggere totalmente quella di Taitu’ e parzialmente quella di Menelik..”.

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Questo reperto e’ di una bellezza straordinaria. Stiamo parlando di qualcosa che ha un’ eta’ di circa centoventisette – 127 – anni, un reperto storico sopravvissuto all’ eruzione lavica del 1928, e conservato presso lo ShowRoom Esposizione&Creazioni Leotta di Via Mercurio proprio a Mascali.

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Questo e’ il punto esatto dove avvenne lo sbarco degli etiopi, forse per rifornimenti, e dove vi erano i caseggiati che formavano parte dell’ intera borgata della S.Anna di allora.

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Una storia , che come avrete modo di leggere ed approfondire sotto, mette in luce svariati punti oscuri del passato non solo mascalese ma anche italiano.

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L’ Etiopia terra di conquista italiana ben prima dell’ avvento di Mussolini, Francesco Crispi un politico fallito che con la sua incompetenza fece trudidare centinaia di italiani, e sottostare a pesanti richieste per liberare le restanti migliaia di soldati prigionieri.

Ed ora a voi , le parti salienti della Storia del presunto discendente di re Salomone e della Regina di Saba:

KING MENELIK II

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FONTE WIKIPEDIA:

Menelik II (al secolo Sahle Mariàm; Ancober, 17 agosto 1844 – Addis Abeba, 12 dicembre 1913) fu imperatore d’Etiopia dal 1889 al 1913.

Nato il 17 agosto 1844 ad Ancober, capitale dello Scioa (Etiopia centrale), dal negus (re) locale Hailé Melekot e dalla principessa Ijigayehu, il futuro imperatore fu battezzato con il nome di Shale Mariàm.
Nel 1855, quando il padre fu sconfitto e ucciso in battaglia dal Negus Neghesti (imperatore) Teodoro II, questi prese in ostaggio il giovane principe scioano, rinchiudendolo nella fortezza di Magdala, al fine di assicurarsi la fedeltà dei capi scioani. A tal fine gli diede una sua figlia in sposa, che però Shale Mariàm abbandonò, fuggendo nel 1865 da Magdala, dopo dieci anni di prigionia, ritornando nello Scioa. In tal modo offese profondamente Teodoro, che da allora fu un suo nemico implacabile. Tornato in patria, salì al trono paterno con il nome di Menelik II, ricollegandosi così al biblico Menelik, figlio di re Salomone e della regina di Saba, da cui pretendeva di discendere. Il nuovo negus intraprese subito delle campagne militari per rafforzare il suo regno, sconfiggendo la popolazione degli Oromo, stanziati nell’Etiopia meridionale, e annettendo il loro territorio.
[…]
Menelik governò il suo regno, introducendovi usi e costumi moderni, importati dai primi esploratori bianchi che si avventurarono in Africa. Infatti, nel 1876 il re scioano concesse all’esploratore italiano Orazio Antinori un terreno a Lit Marefià, non lontano dalla capitale Ancober, dove fu costruita una piccola base scientifica e ospedaliera, divenuta punto di partenza per le future operazioni coloniali italiane.

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Frattanto, nel 1883 il re scioano si sposò con Taitù Batùl, potente principessa Amara della regione del Semien, che avrebbe influenzato notevolmente le future decisioni politiche del marito. Fu lei ad esempio a dare nuovo impulso alla creazione della nuova capitale, quando la regina fece restaurare una chiesa sul monte Entoto, e il re decretò la costruzione di un altro edificio religioso nella zona. Poiché però il luogo era inadatto al popolamento, a causa della mancanza di acqua e legna da ardere, il primo nucleo abitativo sorse nel 1886 nella valle a sud della montagna: Taitù volle infatti edificare un palazzo presso le sorgenti minerali di Filwoha, chiamate dagli Oromo con il nome di Finfinne, dove la famiglia reale amava passare le vacanze.
Sul suo esempio anche molti nobili e personale di servizio alla corte decisero di stabilirsi in zona, mentre Menelik fece ampliare la casa della moglie, che divenne il Palazzo Imperiale, tutt’oggi sede del governo etiope. La città appena fondata fu nominata Addis Abeba, ossia “Nuovo Fiore”.

Frattanto, un nuovo contendente si era intromesso negli affari interni dell’Etiopia, ossia il Regno d’Italia, che, volendo entrare nel novero delle grandi potenze intraprendendo una politica di espansione coloniale, nel febbraio del 1885 inviò un distaccamento militare ad occupare il porto di Massaua, ambito dall’imperatore Giovanni. Questi, premuto dai dervisci del Sudan che compivano scorrerie nell’Etiopia settentrionale, cercò di intavolare trattative con il re italiano Umberto I, inviandogli una lettera che proponeva un’alleanza contro Menelik. Questo, da parte sua, gliene inviò un’altra, asserendo che era l’imperatore a sobillare i ras (governatori) contro gli italiani, sperando di contare sull’appoggio dell’Italia per salire al trono. Dopo l’incidente di Dogali (gennaio 1887), nel quale circa cinquecento italiani, al comando del colonnello Tommaso De Cristoforis, mal condotti in uno sconfinamento dall’Eritrea, vennero annientati dalle forze etiopiche di ras Alula, le autorità italiane, a lungo incerte su chi affidarsi, decisero di parteggiare per Menelik. Nel 1889, dopo la morte di Giovanni IV nella battaglia di Metemma (9 marzo1889) contro i dervisci, il re scioano, rivaleggiò contro ras Mangascià, figlio naturale del defunto negus, per ottenere il trono etiope. Per fare ciò, entrambi i contendenti cercarono l’aiuto italiano, che alla fine andò a Menelik, dietro promessa di favorire gli interessi italiani. Divenuto quindi Negus Neghesti, Menelik II unì il territorio dello Scioa a quelli del Tigrè e dell’Amara, portando i confini del suo Impero a quelli dell’odierna Etiopia.

IL TRATTATO DI UCCIALLI

Subito dopo, l’imperatore cominciò a tessere accordi diplomatici con il governo di Roma, nella persona dell’ambasciatore italiano conte Pietro Antonelli, che riuscì a concludere una trattativa, nota come trattato di Uccialli (dal nome della località dove fu firmato, all’epoca un feudo della regina Taitù), siglato il 2 maggio 1889. In base a questo accordo internazionale, che regolava i rapporti tra Italia e Abissinia, Menelik II accettava le conquiste coloniali italiane in Eritrea e (apparentemente) la supervisione politica italiana sul suo regno. Dopo la firma del trattato, il 20 agosto, una delegazione etiope guidata dal cugino del negus, Ras Maconnen, si recò a Roma, dove fu ricevuta dal sovrano Umberto I, portando in dono persino un elefante e ricevendo in cambio un quadro raffigurante l’Ascensione. In aggiunta al trattato di Uccialli, la delegazione etiope sottoscrisse a Napoli, il 1º ottobre, una convenzione finanziaria che concedeva all’Etiopia un prestito di 4 milioni di lire, con l’interesse del 6 %. Una discrepanza del trattato, che, secondo la tradizione era stilato in due lingue, riguardava però l’articolo 17, differente nelle due versioni: in quella italiana, infatti, Menelik accettava che le relazioni internazionali etiopi passassero attraverso l’Italia, stabilendo di fatto un protettorato italiano sull’Abissinia; in quella amarica, invece, il negus dava soltanto la facoltà di essere rappresentato dal governo di Roma presso le altre potenze.

IL TRADIMENTO
Non fu mai chiaro se questo fosse un errore di traduzione oppure un’abile mossa di una delle due parti per indurre l’altra a firmare l’accordo. Il capo del governo italiano, Francesco Crispi, notificò l’articolo alle maggiori potenze europee (Francia, Inghilterra, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Belgio, Svezia, Norvegia, Russia, Spagna, Portogallo, Turchia e Stati Uniti); notizia accolta malissimo dall’ambasceria etiope, che sarebbe ripartita il 4 dicembre 1889. Le prime incomprensioni sulla diversa interpretazione dell’articolo arrivò nell’agosto 1890, quando Menelik allacciò relazioni diplomatiche con Russia e Francia senza informarne il governo italiano, il quale protestò presso il sovrano africano, che a sua volta richiese la revisione del trattato, ottenendo un netto rifiuto. Ciò fu all’origine della Guerra d’Abissinia, che sarebbe scoppiata di lì a pochi anni. Infatti la guerra non iniziò subito poiché, nel gennaio 1891 il governo Crispi cadde e fu sostituito da altri esecutivi che non ritenevano necessaria l’avventura africana. Questo lasso di tempo servì al negus per potersi meglio preparare alle ostilità, sfruttando il prestito italiano per acquistare una fornitura d’armi composta da migliaia di fucili Carcano Mod. 91 e circa quattro milioni di cartucce, dal momento che l’Etiopia non possedeva fabbriche di polvere da sparo. Menelik II in ogni caso cercò in ogni modo di molestare i possedimenti italiani in Africa, per esempio aizzando i dervisci del Sudan contro le truppe coloniali. Il 21 dicembre 1893 tuttavia, una colonna di 2000 ascari e 400 italiani al comando del colonnello Giuseppe Arimondi, sbaragliò un esercito di 10.000 dervisci calati in Eritrea su richiesta etiope, nella Seconda battaglia di Agordat. Sull’onda di questo successo e nel clima di grande euforia che aveva prodotto nel Paese, Crispi, ritornato al potere, decise di far pagare al negus il fatto di aver “tradito” l’Italia dopo averla usata per arrivare al trono imperiale. Quindi ordinò, nel gennaio 1895, al generale Oreste Baratieri, governatore dell’Eritrea, di avanzare nell’altopiano etiope, impegnandosi in un’operazione militare che durò tre mesi e portò, entro aprile all’occupazione della regione del Tigrai e delle città di Macallè, Adigrat ed Adua.

L’ EPILOGO
All’alba del 1º marzo 1896, un esercito di 17.000 italiani e ascari, al comando di ben cinque generali (Baratieri, Dabormida, Arimondi, Albertone e Giuseppe Ellena), attaccarono gli etiopi presso il colle di Kidane Meret sopra Adua. Gli italiani, divisi in quattro colonne, marciarono di notte separatamente, disperdendosi in vari canaloni della vallata, venendo attaccati all’alba dalle forze etiopi in massa e annientati. Nel volgere di una mezza giornata, l’esercito invasore fu sconfitto: dei cinque generali italiani uno fu fatto prigioniero (Abertone) e due morirono (Dabormida e Arimondi), mentre sul campo rimasero circa 6000 morti e 3000 prigionieri. Tra questi, moltissimi ascari che subirono la pena dei traditori, ovvero taglio della mano destra e del piede sinistro (anche se Menelik era contrario).

In Italia questa disfatta ebbe dei contraccolpi tremendi: Crispi fu costretto a dimettersi e scomparve dalla scena politica nazionale, mentre tra la classe dirigente italiana dovette abbandonare ogni velleità coloniale in terra africana. Il nuovo governo, presieduto da Antonio di Rudinì, avviò subito le trattative con il sovrano vincitore, che si conclusero il 26 ottobre 1896 con la firma del trattato di Addis Abeba, sottoscritto per l’Italia dal maggiore Cesare Nerazzini e redatto in francese per evitare ambiguità: con esso il negus riconosceva il possesso dell’Eritrea all’Italia, che a sua volta si impegnava a rispettare l’indipendenza dell’Etiopia e ad abrogare il trattato di Uccialli.

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CURIOSITA’ BIBLICA
Secondo il Kebra Nagast infatti Menelik I era il figlio primogenito della Regina di Saba, Makeda, e del re d’Israele Salomone. Con l’aiuto del figlio del sacerdote del Tempio di Gerusalemme, Zadok (o Tsadok), e grazie alla benedizione divina, trafugò l’Arca dell’Alleanza da Israele all’Etiopia, ove secondo la leggenda si troverebbe tuttora. Da Menelik I dunque, attraverso 223 generazioni, discende Menelik II, che seguendo la linea regale di David e Salomone (ovvero della Tribù di Giuda), è incoronato Imperatore d’Etiopia nel 1889, cugino dell’Imperatore ras Tafari Maconnen, incoronato negus il 2 novembre del 1930 col titolo di Haile Selassie I, re dei re, signore dei signori, leone conquistatore della tribù di Giuda.

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