LINGUA CORTIGIANA

Per me era normale usare certi voci di verbo al Passato, finche’ ho ricevuto una telefonata da un illetterato sui generis che me lo ha fatto notare.

E’ tempo di risalire sul Ring e tirare qualche jet di smacco contro i prufissurenni di scuola media con le #fakenews di @LaRepubblica.it sottobraccio.

[________di________Alnytak___]

Dissimo, scrissimo, dissimo, etc. nient’altro che applicazioni di lingua cortigiana usata almeno dal primo Cinquecento nelle corti italiane (Milano, Mantova, Ferrara, Urbino, Roma, etc.), verbi e periodi di frase da realizzazioni delle lingue comuni regionali (o koinè, c’e’ pure un famoso club in P.ZZA DUOMO, n.d.R.) sul finire del Quattrocento.

Usare la lingua cortigiana o appropriarsi di essa era come usare una lingua ipotetica, come avere un fantasma di fronte e cercare di tastare la sua consistenza, cio’ in virtu’ dell’assenza sistematica, storica e letteraria di un mero codice cortigiano, ma non sulla base di materiale non prettamente letterario tratto dagli ambienti delle corti in tutta la penisola, ecco perche’ le principali caratteristiche della lingua cortigiana sono coincidenti con la grammatica dei dialetti regionali, o koine’.

Usare la lingua cortigiana equivale ad usare un notevole polimorfismo linguistico di un certo livello, dato che anche nelle vene della lingua volgare scorre il sangue cortigiano, e su questo nessuno puo’ avanzare dubbi o non sarebbe nemmeno degno di esistere, ecco perche’ i comunisti dovrebbero bruciare nelle fiamme eterne.

Il passato remoto e’ un anfratto di locuzione verbale dove la lingua cortigiana , o la sua mesmerica voce, e’ resistita molto a lungo, forme come ebbimo «avemmo», fecimo «facemmo», aprissimo «aprimmo», risimo «ridemmo», dissimo «dicemmo», giunsimo «giungemmo», misimo «mettemmo», vidimo «vedemmo», voci e forme del verbo passato censurate da porci accademici, ma largamente impiegate per tutto l’Ottocento sia in scritture private sia , seppur piu’ raramente, adoperate e pubblicate in opere di successo.

Questa finezza nel divertimento linguistico parse estinguersi tra la fine del XIX Secolo e l’inizio del XX Secolo, sebbene sia Svevo che D’Annunzio, due scrittori con stili nettamente diversi, non rinunciarono affatto al suo utilizzo.

Non vediamo alcun motivo perche’ cio’ che e’ morto non possa mai morire, quindi.

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